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COS'E' UN UBRIACO

Divagazioni filosofiche del professor Piscopo
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«Prendete una qualsiasi persona, versatele dentro cinque o sei litri di birra, e ne farete un ubriaco» diceva Schopenhauer agli alunni del suo corso di Pessimismo all'università di Jena. Era una frase che il Maestro ripeteva spesso, e gli alunni si chiedevano ogni volta se il loro insegnante era molto profondo o molto ubriaco.

In realtà, Schopenhauer voleva dire che ognuno di noi è un ubriaco in potenza. Naturalmente, essendo ubriaco, aveva bisogno del paragone della birra per dare un'idea dell'ubriachezza. Se fosse stato sobrio, avrebbe usato altri termini, e non si sarebbe sdraiato sulla cattedra.

In realtà, soleva chiedersi spesso il filosofo, cos'è un ubriaco? E, penso, qualcuno di voi si sarà talvolta rivolto la stessa domanda. Non è, evidentemente, uno che beve. Tutti noi beviamo. Non è nemmeno, uno che beve molto. I cammelli bevono molto, ma non ne ho mai visto uno cacciato fuori da un bar.

Schopenhauer, ad esempio, dava questa definizione dell'ubriaco: «Un ubriaco è quella persona che dopo aver bevuto molto vino, o birra, o bevande alcoliche, a fine serata vede due baristi dietro il banco». In realtà, è una definizione errata, come ebbe a fargli notare Hobbes. Se ad esempio al bancone del bar servono marito e moglie, cioè due baristi, tutti gli avventori del bar sono da considerarsi ubriachi? Evidentemente no. Quindi la definizione esatta, secondo Hobbes, è la seguente: «Un ubriaco è quella persona, che dopo aver bevuto molto vino, birra e melassa, a fine serata vede il doppio dei baristi che vedeva prima di bere».

A parte il fatto che Hobbes, come avrete notato, ha messo la parola «melassa» al posto delle bevande alcoliche, e questo non è antologicamente corretto, perché corrisponde a un suo gusto soggettivo, non si vede come questa definizione possa essere presa per buona. «Infatti» critica Schopenhauer «la teoria del doppio è assurda. Mettiamo il caso che all'inizio, quando il futuro ubriaco inizia a bere, al bancone ci sia solo il marito, e la moglie sia a spazzare il retrobottega. A fine serata l'ubriaco non vedrà marito + marito: ma due mariti e due mogli, cioè quattro volte il numero iniziale. Inoltre, una persona che va al bar per divertirsi, non può mettersi a contare il numero dei baristi tutte le volte per essere sicuro di accorgersi quando è ubriaco.»

La critica di Schopenhauer è molto feroce, certo, ma in re ipsa ineccepibile, almeno fino a questo punto.

«Hobbes» prosegue Schopenhauer «può continuare nella sua vana ricerca di una definizione matematica dell'essenza dell'ubriachezza. In realtà, egli è un bevitore di melassa, e come tale dovrebbe limitarsi a parlare di libri per ragazzi. Comunque, se una definizione dell'ubriaco può essere tentata, io suggerirei questa: "Ubriaco è quella persona che, dopo aver bevuto molto vino, o birra, o fernet, o bevande alcoliche, non riesce più a stare in piedi su una gamba sola e a braccia aperte, e a camminare dritto su una immaginaria linea retta".»

Definizione granitica, nella quale però anche voi potete cogliere qualche debolezza. Il che non sfuggì a Hobbes, il quale soleva dire che «In amore e in filosofia tutto è lecito», come ben sapevano le sue scolare. Egli attaccò l'edificio schopenhaueriano con le pesanti mazzate della sua dialettica. Rilevò in primo luogo la presenza della parola «fernet» nel discorso del Maestro. «Evidentemente» scrisse Hobbes «nella camera dove ormai vive rinchiuso, Schopenhauer ha trovato una bottiglia di fernet, e questo ha gravemente deviato la sua prospettiva metodologica; infatti la sua ultima definizione è un capolavoro di formalismo, senza alcun contenuto. Prendiamo il fatto dell'"una gamba sola e con le braccia aperte". E' ovvio che ben poche persone civili si sono mai trovate in una simile posizione. Eppure non penso debbano esser considerate ubriache. Neanche il Papa, immagino, saprebbe restare su una gamba sola e con le braccia aperte. Schopenhauer vuole forse fare del sottile anticlericalismo? E poi, come dobbiamo immaginare che funzioni questo criterio? Forse che una persona deve entrare in un bar saltellando su una gamba sola, per dimostrare di essere sobria? E lo sarà per tutto il tempo che riuscirà a restare in quella scomoda posizione? E se metterà il piede a terra, dovrà da quel momento essere considerata ubriaca? E come farà a bere se deve tenere le braccia aperte? Schopenhauer risponda a queste domande, e gli regalerò una bottiglia di brandy. Inoltre cosa vuole dire un'"immaginaria linea retta"? E' ovvio che, se diamo spazio all'immaginazione, il rigore scientifico va a farsi benedire. E se io non riesco a immaginare una linea retta, ma solo donne nude? E se anche riesco a immaginarla, chi mi dice che è retta, e che la fantasia non mi giochi un brutto scherzo, e che non debba camminare tutta la notte su una circonferenza? Mi sembra di essere stato chiaro, anche se spietato. Propondo dunque, come mia ultima definizione la seguente: "Ubriaco è quella persona che, dopo aver bevuto molto vino, o birra, o melassa, esce da sè"»

Definizione breve, illuminante, che però, come potete immaginare, non può soddisfare completamente una mente superiore. «Infatti» scrisse «Schopenhauer mi sembra stiam cadendo nel ridicolo. La frase "esce da sè" è un capolavoro di scemenza. Esce da sè? E dove va? E se esce da sè, lascia dentro tutto quello che ha bevuto? Ma allora non è più ubriaco. E se si porta dietro tutto quello che ha bevuto, cosa dice il primo sè? E il barista, chi deve far pagare? Il nuove sè, il vecchio sè abbandonato, o tutti e due? Non vorrei che questa fosse una scusa per bere gratis alle spalle di chi lavora»

«Comunque concedo un'ultima possibilità alla discussione. Non per Hobbes, che è troppo occupato a entrare e ad uscire dal suo sè per parlare di filosofia, ma per quanti hanno a cuore la civile disputa dialettica. Dirò allora che "Ubriaco è quella persona che ha bevuto molto, ma molto, molto vino, birra e bevande alcoliche"»

Mi sembra che l'intuizione del Maestro non abbia bisogno di commenti. Questa volta, anche Hobbes fu d'accordo e pagò da bere.

Stefano Benni - Bar Sport

Pozzi e Girardoux (solo parte iniziale)

Quell'anno il grande Pozzi aveva vinto quasi tutto, insomma non aveva più avversari. A volte pedalava con una gamba sola, a volte per divertirsi saltava giù di sella, si nascondeva dietro a un albero, poi quando passava Bartoli saltava sulla ruota di dietro e si faceva portare per molti chilometri, poi cacciava giù Bartoli dalla bicicletta e arrivava da solo al traguardo.

Vinse il giro d'Italia, quello di Francia, del Belgio, di Spagna, la Milano- Leningrado, il giro dei Vosgi e altre chicche. Finché un giorno venne a sapere che c'era un giro di Germania e si iscrisse.

Al giro di Germania c'era anche il famoso Girardoux. Era alto più di due metri, con un culo enorme, tanto che al posto del sellino aveva una sedia da barbiere. Era completamente calvo, all'infuori di una folta capigliatura rossa che teneva annodata in trecce legate con filo spinato.

Aveva anche due baffi dritti, orizzontali, durissimi e prensili con i quali infilzava e si metteva in bocca il cibo mentre correva. Mangiava una zuppa tipica della sua regione, l'Artois, a base mi metano e cappone lesso, e faceva dei rutti spaventosi all'indietro facendo cadere chi lo inseguiva.

Aveva anche due piedi enormi; tutte le volte che stava per attaccare si gonfiavano e emettevano un sinistro suono di carillon. Allora Girardoux inarcava la schiena e con quattro pedalate scompariva sui tornanti.

La sua potenza era tale che spesso doveva frenare in salita per non uscire di strada. La macchina della casa, che era la Bouillabaisse Balboux, o qualcosa del genere, non riusciva mai a tenergli dietro, quindi, quando forava, Giradoux dava un colpo di reni e proseguiva solo sulla ruota dietro. Una volta forò tutte e due le gomme e vinse egualmente saltando sul mozzo del cannone come un cangurino.

Pozzi e Girardoux, duello all?ultima staffa! La saga del grande Pozzi e del suo avversario Giradoux continua con la cronaca spassosa della Berlino-Vienna.

Alle nove si partì. La prima tappa portava da Berlino a Vienna attraverso tutti i Carpazi, e misurava 1208 chilometri. (?)

A quota 3450 metri cominciò a nevicare, e due fulmini colpirono il manubrio di Pozzi, che si fuse. Pozzi proseguì senza mani, ma Girardoux lo staccò subito di sei secondi. A 5800 metri la strada franò, ma il francese senza esitare si arrampicò sul ghiacciaio.

A 7000 metri c'erano sei metri di neve, ma Girardoux continuò a salire benché il freddo fosse ormai insopportabile.

Pozzi strozzò due lupi e si fece un tre quarti e un colbacco, ma mentre stava per raggiungere il rivale precipitò in un crepaccio pieno di bicchieri di carta e tovagliolini di picnic usati.

Girardoux ridendo beffardamente arrivò in cima alla montagna e si buttò giù da 8000 metri con la bicicletta, arrivando leggero come una piuma sulla punta dei piedi.

Ma nell'ebbrezza del trionfo si era sbagliato e si era buttato giù dal versante russo invece che da quello bulgaro, e quindi dovette tornare su e rifare tutto il giro. Intanto arrivò Borzignon e trovò Pozzi che, impazzito, si lanciava pedalando contro le pareti del crepaccio; Borzignon si stracciò la maglietta; ne fece una corda e tirò su Pozzi.

Pozzi e Girardoux si trovarono insieme in cima e si buttarono insieme: ma Girardoux era più pesante e vinse per un secondo. Terzo arrivò Borzignon in mutande.

[.......] Stefano Benni - Bar Sport